Lettera e poesia di Gian Paolo Mele Corriga

Sento la necessità di integrare le parole in libertà espresse sull’iniziativa di coinvolgere “Centomila poeti per il Cambiamento” che faranno vibrare l’etere all’unisono in 600 eventi. Abbiamo parlato di Nuoro quale villaggio globale che nella sua storia annovera momenti di fertilissima dinamica culturale, tanto che ancora si riverbera sui giorni nostri fascino e delicate attenzioni per tutte le espressioni artistiche, musica, parole, colore, estetica.
In buona sostanza mi riferisco alle manifestazioni dell’animo, le stesse che oggi trovano sempre minori attenzioni nel crogiolo politico che pare consideri l’arte quale primo settore da sacrificare, quando, per far quadrare i bilanci finanziari, si usa non la logica di proteggere le risorse dello spirito, che poi significa investire sull’uomo, sul bello, valorizzazione di beni di radice quale risorsa economica, ma la logica del taglione, armando di affilati “pinnacu” le mani di portatori di risorse che inevitabilmente portano alla paralisi culturale, all’aborto di iniziative che nascono dalla società quale esigenza di nutrire lo spirito.

Sebastiano Satta amava daffidare ai “nuovi figli” la possibilità che l’aurora potesse continuare a nascere sui graniti della Sardegna.
Questi “nuovi figli”, oggi 24 settembre 2011, siamo tutti quelli che si ostinano a credere che sia bello e facile commuoversi quando l’oriente, magicamente, in ogni alba s’arrubina e fa nascere il domani.
Non posso essere con voi, ma tornerò, credetemi, perché sono testardo, figlio della nostra terra, e tornerò!





Son tornato



Per te

un pensiero

amica

che nello slargo di sghembi viottoli

appeso alle torri di Santa Maria

hai scorto la mia malferma sagoma,

rigida parasta

emergere dal muro bianco tra i graniti

e pretendere di vivere.

Ho respirato la prima umorosa aria,

densa di profumi dimenticati,

del nostro dolce settembre.

Emergevo

a fatica

dall’abbacinante chiarore

di un irreale doloroso albore.

Capivo d’esser tornato.

Son tornato alla mia terra

tra la mia gente,

per sempre.

Ricordare

pregare

scrivere

cantare

ridere e tante volte piangere,

guardare la pioggia d’autunno

lavare le verdi foglie del mio limone,

perdonare,

tornare sull’Orthobene

e spiare il primo Sole

quando a oriente abbandona l’orizzonte

e la tenera aurora.



Gian Paolo Mele Corriga

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